OSSERVATORIO MADE IN

Venerdì, 29 Maggio, 2020

E adesso ridateci l

Notizia del 19/12/2011

Ve ne siete accorti? Guardate meglio per strada, sull’autobus, la fila in Posta. Notate i dettagli osservando gli altri genitori che partecipano alla riunione della scuola, la gente alla cassa del supermercato, gli invitati che brindano a un banchetto di matrimonio. Siamo tutti malvestiti. Magari alla moda, certo. Ma trasandati, trascurati.

L’ebbrezza del nuovo acquisto dura il tempo di arrivare a casa. Quando ti guardi allo specchio, con il cartellino ancora legato all’abito nuovo, capisci che c’è qualcosa che non va. L’orlo della gonna pende un po’ sulla destra. Sulla manica c’è una cucitura che tira. Le asole hanno un filo che penzola. Si sfileranno nel breve volgere del primo lavaggio. Ecco, il lavaggio. Anche gli abiti di qualità (o almeno così lascerebbe intendere il prezzo preteso) si stingono e non reggono l’esperienza della lavatrice. Al punto che sorge un dubbio: se dopo il contatto con l’acqua diventano straccetti, allora prima erano tenuti in piedi dall’amido?

 

Sia chiaro, non parliamo di gonne e pantaloni comprati al mercato. Quanto appena descritto succede quando si fanno acquisti di qualità media o medio-alta. E non è più raro riscontrare “difetti” anche negli abiti usciti dalle boutique.

Le le donne per prime — per storia e cultura, che piaccia o no, custodi del gusto – dovrebbero porsi qualche domanda. Si stava meglio quando si stava peggio? Fino agli anni ’70 durante la settimana la maggioranza degli italiani indossava abiti senza pretese. Ma poi il settimo giorno — la domenica — arrivava il riscatto. Anche l’operaio, l’artigiano e il contadino avevano la soddisfazione di andare alla messa, al bar o al cinema con abiti ben rifiniti, tessuti inappuntabili, tagli accurati. Insomma, di sentirsi eleganti. Un brivido che oggi per la maggioranza è diventato quasi impossibile provare.

Escludiamo per un attimo le vie del lusso, da via Condotti e via Monte Napoleone. Non c’è bisogno di un esperto di moda per vedere come negli ultimi vent’anni la qualità media dell’abbigliamento venduto nelle nostre città si sia abbassato. Un’accelerazione si è avuta dal 2000 a oggi. Prima il passaggio all’euro e poi la crisi hanno spinto a risparmiare. Ma la società dei consumi non ha smesso di creare bisogni. Si continua a voler cambiare ogni anno lo stesso numero di pezzi del guardaroba, ma con un budget inferiore. E allora si privilegiano capi di prezzo (e qualità) più basse. In qualche modo gli stilisti sono stati la foglia di fico di questo impoverimento del prodotto. Le linee, infatti, sono sempre curatissime anche quando si tratta di prodotti a basso prezzo. Peccato che tessuti e confezioni siano sacrificati. Sempre più spesso nemmeno la zampata del grande stylist è in grado di nascondere il decadimento intrinseco della qualità del prodotto.

La tentazione sarebbe quella di prendersela con il sistema moda. Cosa sta succedendo esattamente lo spiega bene Stefania Saviolo, direttore del Mafed, il master in fashion e design management dell’università Bocconi. «Negli ultimi anni la concorrenza nel settore si è giocata sempre di più sul prezzo — spiega Saviolo —. Hanno retto le grandi firme del lusso da una parte, dall’altra i produttori che possono contare sui vantaggi delle economie di scala». Tradotto: più l’impresa è grande, più il suo potere contrattuale aumenta quando compra i tessuti e i filati che servono alla produzione. In più i colossi hanno in gran parte delocalizzato la produzione. Così le medie aziende italiane, i piccoli laboratori nella nostra provincia, hanno chiuso. Una grave perdita: per molti aspetti erano proprio quelle produzioni, con ottimo rapporto qualità-prezzo, a fare degli italiani un popolo elegante.

«A questo punto quello della qualità non è l’unico problema — aggiunge Saviolo —. Consumare e buttare tanti abiti non fa bene all’ambiente. Per tingere una T-shirt ci vogliono cento litri d’acqua. Il pianeta non può più permettersi questi sprechi. Sarebbe più vantaggioso per tutti fare un passo indietro. Produrre, vendere e acquistare prodotti di qualità e prezzi più alti e rifare il guardaroba con meno frequenza».

Consapevole del problema è anche il sistema della distribuzione. Gli ultimi quindici anni hanno fatto piazza pulita delle boutique multimarca. Quei negozi, per intenderci, che vendevano tante firme diverse e si avvalevano di commessi, magari non bellissimi come quelli degli store del centro, ma in grado di dare consigli sensati. «Abbandonare questa formula è stato un grave errore — constata oggi anche Renato Borghi, presidente di Federmoda Confcommercio —. I nostri negozi sono diventati schiavi delle griffe ma a questo punto dobbiamo riappropriarci del nostro del nostro mestiere, tornare a essere “consiglieri” affidabili dei nostri clienti».

Certo è che, con la fine dei negozi multimarca, anche i piccoli produttori italiani di qualità hanno perso lo sbocco per i loro prodotti. Ma Borghi va oltre: «A questo punto è difficile dire cos’è davvero il made in Italy. Qui restano i laboratori creativi, dove si disegnano le collezioni. Ma poi tutto viene prodotto all’estero. La concorrenza è spietata. I produttori di tessuti italiani ormai non lasciano i campioni dei tessuti in visione a chi confeziona perché il rischio è che questi vadano in Cina a farsi copiare e produrre la stessa seta o lo stesso cotone a prezzo minore».

In fondo alla catena c’è il consumatore. Prigioniero di un meccanismo perverso. «Il fatto è che la capacità di apprezzare la qualità di un abito si va compromettendo con il tempo e le generazioni. E così anche le grandi griffe sentono sempre meno l’esigenza di curare i dettagli», fa notare Saviolo della Sda Bocconi. Come darle torto? Chi si attarda più nel notare la perfezione di una cucitura o di un orlo? A meno che non vogliamo riprovare l’ebrezza di sentirci un po’ speciali grazie a un abito perfetto. Un’impeccabile gonna tagliata a godet alla Grace Kelly di Alta Società. Anche solo la domenica. Ma vuoi mettere?

Fonte: Corriere.it - La 27° Ora

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