OSSERVATORIO MADE IN

Martedì, 20 Agosto, 2019

Quello che le etichette non dicono - Delocalizzazione e Made in Italy

Notizia del 15/10/2015

Dicono che la bellezza stia negli occhi di chi guarda. E forse questo vale per tutto, anche per la malizia. Così davanti ad una domanda innocua come “che cos’hai addosso oggi?” potreste lanciarvi nella descrizione dei dettagli più intimi.

Oppure potreste guardarvi attentamente e decidere di scoprirlo sul serio.

Le etichette, croce e delizia
Che cosa hai addosso oggi? Una maglietta? Un pantalone? Un jeans? E di che tessuto? Prodotto dove? Da chi? Nella società occidentale contemporanea, dove spesso l’abito fa il monaco, potreste rimanere sorpresi nello scoprirvi ignari di ciò che indossate, che sfoggiate, che scegliete per rappresentarvi.

I più attenti le leggono accuratamente. Le mamme le consultano per ricavarne indicazioni per il lavaggio e lo stiraggio. Alcuni le ignorano e basta. Altri, insofferenti, le tagliano prima che possano cominciare a pungere, prudere, infastidire. Sono le etichette, croce e delizia. Minuscole, chilometriche, morbide o rigidissime. In ogni caso irrinunciabili.
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Diritti del consumatore: cosa deve riportare l’etichetta?

Il Codice del Consumo stabilisce che siano obbligatorie su tutti i prodotti tessili, ed è un obbligo che parte da una serie di diritti: quelli del consumatore. Il diritto alla tutela della salute, prima di tutto. E poi quello alla sicurezza, alla qualità dei prodotti ed ad una adeguata informazione. È per questo che sulle etichette devono essere riportati marchio, composizione del tessuto – tutti i materiali di cui è costituito con relative percentuali – e Paese d’origine, se situato al di fuori dell’Unione Europea.

Capire di che materiale è la t-shirt che stiamo indossando è insomma cosa relativamente semplice: basta consultare l’etichetta. Ciò che risulta più problematico è invece risalire al suo luogo di produzione: spesso infatti le industrie dell’abbigliamento scelgono di eseguire le varie operazioni in diversi Paesi.
L’origine del prodotto: una questione controversa

Secondo la Comunità Europea, il Paese originario deve essere considerato quello dove è avvenuta l’ultima lavorazione sostanziale. Per intenderci, il luogo in cui il capo d’abbigliamento è stato effettivamente confezionato. Il vero problema, però, è un altro: il nuovo Regolamento dell’UE entrato in vigore nel 2012 ha infatti deciso di non rendere obbligatorio sulle etichette il luogo d’origine. Niente più “Made in”, quindi. La ragione? Ufficialmente è la paura che l’indicazione del Paese di provenienza possa creare un pregiudizio nel consumatore e che questo ostacoli la libera circolazione delle merci. In parole povere: e se nessuno comprasse più il Made in China per preferire il Made in Italy?
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La partita tra prezzo e qualità
Abituati ad una dilagante esterofilia, dimentichiamo spesso i primati nostrani: quello nel settore della moda è in assoluto il più importante. Famosi in tutto il mondo, gli abiti italiani sono universalmente apprezzati: Made in Italy è sinonimo di originalità, attenzione al dettaglio e qualità. Una qualità che passa spesso per particolari rigorosamente curati a mano.

Ironicamente è proprio il costo della manodopera a spingere le aziende a trasferire la produzione nei paesi dell’Europa orientale e del sud-est asiatico. Trattandosi di zone povere, qui il salario minimo legale è notevolmente più basso che in Italia. Ma c’è di più: spesso lo stipendio dei lavoratori è al di sotto anche del salario minimo dignitoso. Sottopagati, costretti a lavorare tante ore di fila in condizioni stremanti, sfruttati, vittime – le donne – di molestie sessuali: sono queste le condizioni di chi lavora nel settore tessile.
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Il prezzo da pagare è quello della fiducia
Delocalizzare significa abbassare i prezzi di produzione e massimizzare il guadagno. La conseguenza è che se il prodotto mantiene più o meno alto lo standard qualitativo, lo fa a spese dei lavoratori.

E al consumatore cosa resta? Stabilire l’obbligo di indicare sull’etichetta il Paese di origine significa rendere il consumatore consapevole: significa permettergli di conoscere dove un indumento è stato prodotto, da chi, con quale cura e attenzione. L’impatto sulle condizioni di lavoro potrebbe essere sorprendente: il solo fatto di dover dichiarare di lavorare in luoghi dove vigono salari minimi bassissimi potrebbe innescare un circolo virtuoso e invogliare le aziende a fare meglio. Certo, almeno nel breve periodo, l’impatto economico sulle multinazionali sarebbe oneroso: non è quindi difficile immaginare la pressione esercitata sulla Comunità Europea impegnata a stabilire regolamenti.

La lotta, in fin dei conti, non è mai quella tra Made in China e Made in Italy, ma tra interessi aziendali e interessi dei consumatori. E a pagarne il prezzo, forse, sono entrambi: il cittadino ne perde in consapevolezza, ma le aziende si giocano la fiducia. E la fiducia, sul lungo periodo, paga. E anche bene.


[fonte: tasc.it]

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