Le dichiarazioni del procuratore sulla scelta di non utilizzare gli strumenti tecnologici forniti tramite Consip aprono un fronte delicato: sicurezza dei sistemi, affidabilità degli appalti pubblici e indipendenza del lavoro giudiziario.
Il magistrato che dice “no” alla tecnologia Consip
Nicola Gratteri, procuratore impegnato da decenni nella lotta alla criminalità organizzata, interviene pubblicamente sul tema dell’informatizzazione della giustizia spiegando di non utilizzare la tecnologia messa a disposizione dal Ministero tramite le forniture Consip. Il computer di servizio, racconta, resta di fatto inutilizzato: la sua attività professionale è affidata ad strumenti scelti e acquistati personalmente, al di fuori dei canali di approvvigionamento standard della Pubblica Amministrazione.
La scelta non è un semplice dettaglio operativo: provenendo da uno dei magistrati più esposti nella lotta alle mafie, diventa un segnale politico-istituzionale che mette al centro il tema della fiducia nella filiera tecnologica dello Stato.
Un allarme lanciato in piena transizione digitale
Le dichiarazioni arrivano nel corso di un’intervista televisiva, all’interno di un programma di approfondimento che ospita regolarmente protagonisti della vita pubblica italiana. Il contesto è quello dell’Italia contemporanea, alle prese con una transizione digitale che coinvolge anche tribunali, procure e forze dell’ordine.
Mentre il sistema giudiziario viene spinto verso la gestione telematica dei fascicoli, l’utilizzo di piattaforme centralizzate e l’adozione di apparati tecnologici standardizzati, la presa di posizione di Gratteri rompe l’immagine di un’adesione compatta al modello digitale disegnato per la Pubblica Amministrazione.
Perché il procuratore diffida degli strumenti forniti tramite Consip
Al centro delle motivazioni addotte da Gratteri c’è la sicurezza. Nella sua prospettiva, utilizzare esclusivamente dispositivi e sistemi acquistati tramite Consip significa esporsi al rischio di vulnerabilità diffuse: se la piattaforma è compromessa, lo sono potenzialmente tutte le postazioni che vi fanno affidamento.
Il procuratore richiama anche il tema dell’origine dei dispositivi: telecamere, infrastrutture di rete, veicoli e strumenti di comunicazione provenienti da fornitori esteri, scelti in base al criterio del prezzo, vengono percepiti come possibili punti deboli dal punto di vista della cyber–sicurezza e della tutela di dati sensibili. In questo scenario, la scelta di non utilizzare tecnologia Consip diventa, nelle intenzioni di Gratteri, una strategia di difesa dell’azione giudiziaria e della sua indipendenza.
La domanda di fondo che il magistrato pone, anche implicitamente, è se sia sufficiente il requisito formale della gara pubblica per garantire affidabilità e protezione in settori così delicati, oppure se non sia necessario un salto di qualità nella valutazione delle filiere tecnologiche utilizzate dallo Stato.
Un metodo d’indagine ancora radicato sul campo
A fronte di una crescente digitalizzazione, Gratteri rivendica un impianto di lavoro che resta ancorato ai metodi investigativi “tradizionali”: attività sul territorio, raccolta di riscontri diretti, utilizzo misurato degli strumenti informatici e attenzione estrema alla riservatezza delle comunicazioni.
Nella sua visione, le tecnologie standardizzate e fornite centralmente possono rappresentare un supporto, ma non devono diventare l’ossatura esclusiva delle indagini. La priorità, soprattutto nei procedimenti contro le grandi organizzazioni criminali, rimane il controllo puntuale degli strumenti utilizzati e la riduzione al minimo di possibili “punti di ingresso” per attacchi informatici o intercettazioni illecite.
La scelta di dotarsi di hardware e software selezionati personalmente, anche a costi più elevati, viene presentata come un investimento in affidabilità e autonomia operativa, piuttosto che come una semplice preferenza personale.
Giustizia digitale, appalti pubblici e fiducia: le conseguenze di una presa di posizione
Il rifiuto di utilizzare tecnologia Consip da parte di un procuratore di primo piano solleva una serie di interrogativi a livello di sistema. Sul piano interno alla giustizia, impone una riflessione sull’equilibrio tra uniformità degli strumenti – che facilita gestione, controllo e risparmio – e flessibilità necessaria a garantire massimi standard di sicurezza in contesti particolarmente sensibili.
Sul versante degli appalti pubblici, la posizione di Gratteri mette sotto i riflettori la centrale acquisti dello Stato e le sue procedure: non solo rispetto alla legalità formale dei contratti, ma rispetto alla qualità, alla tracciabilità e al presidio tecnologico dei prodotti forniti alla Pubblica Amministrazione.
Infine, c’è il tema della fiducia dei cittadini. Se un magistrato simbolo della lotta alla criminalità organizzata dichiara di non sentirsi sufficientemente tutelato dall’infrastruttura tecnologica standard dello Stato, l’opinione pubblica ha il diritto di chiedere verifiche, chiarimenti e, se necessario, correzioni di rotta. La vera posta in gioco è la capacità dello Stato di coniugare innovazione digitale, trasparenza delle procedure e garanzie di indipendenza della magistratura.
In questo equilibrio delicato tra tecnologia e autonomia, il “no” di Gratteri agli strumenti Consip non è solo un gesto individuale, ma un banco di prova per l’intera architettura della giustizia digitale italiana.