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2015-01-01

Il futuro del made in Italy

Fuori il diluvio senza sosta, la città bloccata dai sindacati, la borsa in picchiata, lo spread in risalita. Ma venerdì la Luiss sembrava un'enclave felice. L'evento "Fare un'impresa? Non è più un'impresa" è stato pensato e organizzato da una delle menti più dinamiche dell'innovazione italiana a cavallo dell'oceano Atlantico: quel Fernando Napolitano, capo dell'Italian Business  & Investment Initiative, che dai ragazzi "startuppari" ai Ministri è da tutti indicato come il motore del contagioso entusiasmo che si respirava. E così, entrati alla Luiss smettevamo anche metaforicamente di percepire le cateratte d'acqua che ben rappresenta(va)no lo stato d'animo di tanti di noi. 500 persone, tre generazioni, persone di diversa provenienza culturale, sociale, economica e territoriale messi insieme dagli organizzatori tra i quali figurano protagonisti dell'innovazione italiana negli Usa come Baia, Mind the Bridge, Fulbright Best e con l'inevitabile e insostituibile patrocinio dell'ambasciata americana a Roma. 

L'idea, decisamente ambiziosa, è di moltiplicare l'esperienza dei 50 ragazzi italiani che grazie al programma Fulbright sono andati negli ultimi quattro anni a ca(r)pire il segreto del successo della Silicon Valley, e mandarne mille nei prossimi tre anni per aumentare il numero di  aziende (oggi 26) nate da questo programma, anche grazie all'incentivo alle Regioni italiane ad usare i fondi strutturali come hanno saputo ben fare in quest'ambito Toscana ed Emilia Romagna. Nel frattempo continuano a partire giovani (esistono gymnasium e startup school italiane talmente vincenti che stanno diventando un modello per imprenditori e istituzioni di altri Paesi che vogliono fare lo stesso), per mettere insieme creatività e talento italiani con l'ecosistema vincente americano, in cui il venture capital dà vita al 3% del Pil, mentre in Europa cuba 1/5 ma è in crescita. L'ambasciatore David Thorne ha ricordato che ogni anno Stanford e Mit ricevono 60 milioni di dollari di royalties da progetti nati da loro spin-off, o comunque al loro interno. Per l'Italia siamo invece molto indietro, nonostante la grande spinta che viene da chi opera nel settore con caparbietà e passione. 

Che dicono i ministri? Il ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, è partito malissimo, parlando di quanto siano importanti le startup per alleggerire il disagio occupazionale, per poi passare alla litania dei cassintegrati, della sottoccupazione, del precariato e della flessibilità non buona. Prima che partisse una salva di fischi, per fortuna, è finito il "de lamentatione", e il ministro ha fatto suo il concetto magico già enunciato dal rettore di Harvard, Larry Summers, nel film "The social network" (chissà se il Ministro conosceva la citazione?): il lavoro si crea. Da lì Passera ha detto le cose giuste: l'innovazione imprenditoriale è nel dna dell'Italia, la tecnologia abbassa la barriera all'entrata, il rischio che può portare all'insuccesso è parte del gioco ma deve voler dire esperienza e non punizione, e dobbiamo capirlo e cambiare culturalmente, ideologicamente e normativamente. Lì confessiamo di aver sospirato pensando al video di Obama che mostra solo il tiro a canestro vincente, omettendo i 4 precedenti tentativi andati a vuoto. Il ministro Passera ha enunciato i due progetti che il Governo sta preparando per prima dell'estate: il primo è l'Agenda Digitale, al quale sta lavorando un team di esperti del settore. Il secondo è il decreto StartupItalia, che dovrebbe toccare aspetti normativi, amministrativi e fiscali. Son cose sentite in passato anche da altri, ma ciò non può costituire motivo per diffidare: le premesse ci sono, le necessità anche, e come diceva Oscar Wilde, bisogna essere preparati anche alla felicità. Attendiamo fiduciosi, ma guardinghi.

Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant'Agata ha portato la voce della Farnesina, che egli ritiene ministero centrale per sviluppo e crescita. Spiegando che una recente ricerca di Kpmg sostiene che il Made in Italy sia il terzo marchio al mondo dopo la Coca Cola e la Visa, ci ha deliziato citando Einaudi e il suo «Trial and error: la possibilità di tentare e di sbagliare è la caratteristica dei regimi liberi», e ricordando che nella Roma post-diocleziana l'abbandono della spinta innovativa fu in parte motivo del declino dell'Impero romano. Terzi è stato ambasciatore a Washington e conosce bene quanto di buono è venuto, viene e può venire dal ponte imprenditoriale e culturale fra Italia e Stati Uniti: anche per questo sarà bene sfruttare come si deve l'anno della cultura Italiana negli Usa, nel 2013.

Poi è stata la volta del ministro del Turismo, Piero Gnudi. Ci siamo un po' scoraggiati a sentirgli parlare di "incubatoi" invece di "incubatori", ma ci siamo consolati pensando alle infime possibilità che un qualsiasi precedente ministro del Turismo sapesse almeno cosa sono e cosa fanno, gli incubatori d'impresa. Gnudi è cosciente delle enormi opportunità del suo settore di competenza in Italia: si dice che negli ultimi 10 anni il turismo mondiale sia raddoppiato e altrettanto farà nei prossimi 10, va dunque intercettata grande parte di questa crescita da qui in avanti recuperando anche quello che ci siamo colpevolmente persi nel recente passato.

E poi è arrivata la volta del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Francesco Profumo. Già rettore della più innovativa Università italiana, il Politecnico di Torino, Profumo ci ha rapito il cuore raccontando a braccio la storia di Loris Degioanni, studente italiano che ha imparato merito, coraggio e approccio imprenditoriale grazie al suo talento, ai suoi professori italiani e al suo mentore italoamericano John Bruno alla University of California di Davis. Chi bazzica il mondo dell'innovazione aspettava con ansia che un ministro fosse anche solo interessato a sentirsi raccontare storie come quelle di Loris, una delle diverse eccellenze di successo italiane nel mondo: vederne uno accalorarsi nel narrare a memoria questa vicenda, emozionarsi per ciò che significa, e usare quella come suo intervento presso centinaia di ragazzi, ai quali avrebbe potuto leggere un compitino scritto dal suo portavoce, è stato liberatorio e ci ha persino ridato un po' di speranza per questo Paese. Se non bastasse, rivolgendosi ai più alti vertici delle più importanti aziende italiane in prima fila ad ascoltarlo, Profumo ha rivolto un appello a destinare una piccola parte dei loro budget al fine di dare indicazioni alle nuove startup italiane circa i prodotti innovativi che ad essi possano servire, per "commissionare" un pezzo di futuro delle grandi aziende stimolando - e retribuendo - la giovane creatività italiana delle startup senza abbandonarsi alla solita gara al ribasso.

Finito l'evento siamo usciti e abbiamo ritrovato il diluvio, un ulteriore aumento delle accise sulla benzina, il crollo della produzione industriale e l'ennesimo suicidio di un imprenditore azzannato dal fisco e dalla "sanzione morale". Non può piovere per sempre, diceva il protagonista di un film di successo degli anni '90: e noi ci vogliamo credere. Senza dimenticare che, dopo averlo detto, l'attore protagonista del film morì per un proiettile vero finito accidentalmente nella pistola di scena.

Fonte: Opinione.it

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