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2015-01-01

Distretti delle calze, allarme occupazione: a Mantova e Brescia la Cina fa paura

Lo smottamento è tutto in un dato che Luca Bondioli – presidente A.Di.Ci (Associazione Distretto Calza e Intimo, il cui cuore pulsante è a Castel Goffredo nel mantovano) – snocciola non prima di aver preso fiato: «Nel 2005 l'Italia deteneva il 33% della produzione mondiale di calze e il 68% di quella europea. A distanza di sei anni – dice – la quota di mercato è scesa rispettivamente al 18% e al 45%». Intendiamoci, dati pur sempre lusinghieri. Eppure nell'immaginario collettivo non si è sedimentata la tesi di un comparto da difendere con le unghie dalla concorrenza sui mercati globali. Come si conoscono poco le dimensioni occupazionali dei distretti di Mantova e Brescia, sui quali negli anni d'oro è fiorita una filiera di tutto rispetto, che va dal produttore del filo, a quello delle macchine utensili, per finire al tessitore. E che occupa ora circa 16mila addetti. Ma è proprio sulla difesa dei posti di lavoro che Bondioli, imprenditore calzaturiero di seconda generazione, lancia l'allarme.

Subito un numero: 2.500. Gli addetti a rischio – teorizzano gli esperti e le avvisaglie ci sono tutte viste le alterne procedure di cassa integrazione alla Levante, Golden Lady, Pompea, Csp – per la compressione degli utili. Loro la chiamano «riduzione dei margini», ma la sostanza è la stessa e li ha spinti a cercare una sponda nella politica con richieste di intervento ad esponenti locali e nazionali (nel frattempo è spuntata un'interpellanza parlamentare del leghista Giovanni Fava e indirizzata al ministero dello Sviluppo Economico). E anche un tentativo di coordinamento con i varesotti di Reparto Produzione (gli ex Contadini del Tessile) per difendere una delle poche leggi sul made in Italy che ritenevano utile – la Reguzzoni-Versace – approvata dal parlamento l'anno scorso quasi all'unanimità e poi affossata dal legislatore comunitario perché è materia di Bruxelles la libera circolazione delle merci.

Le cause della crisi sono tutte in una frase: «Vogliamo prezzi cinesi!», la riassume Bondioli e si riferisce ai retailer di mezzo mondo che – spinti a cercare profitti maggiori – attuano una politica ribassista sulla leva del prezzo, costringendo le centinaia di imprese della filiera (solo in Lombardia se ne contano 758, alcune a conduzione familiare) a tagliare i costi di produzione, perché altrimenti impossibilitati a restare sul mercato. «A monte della filiera – accusa Bondioli – c'è il regime oligopolistico dei produttori di polimeri usati nella calzetteria che hanno alzato di circa il 25% il prezzo di vendita (dai 2.200 euro alla tonnellata del marzo 2010 ai 2.730 di adesso, ndr.), un aumento ingiustificato perché totalmente slegato dall'andamento del mercato del petrolio».

Il rischio è che tutto questo vada persino a scapito della qualità utilizzata per produrre le calze. «Molti buyer, soprattutto i più giovani – spiega Bondioli – sono ancora inesperti e incapaci di riconoscere la qualità del prodotto. E allora finiscono per privilegiare la merce d'importazione cinese». La parola chiave è qui controllo. Dello stato della fibra. Dice Bondioli che a mancare è soprattutto «un meccanismo di coordinamento europeo per la tutela del consumatore, su cui dovrebbero fare lobby anche le varie associazioni nazionali. Ogni anno le nostre aziende spendono milioni di euro per rinnovare gli impianti di tintoria e produrre modelli anche unici e ad alto valore aggiunto. Si chiama innovazione di prodotto e la suggeriscono tutti gli economisti più in voga, eppure sui mercati globali l'unica pressione è sul prezzo, perché scarseggiano i controlli sulla qualità e la conseguenza e l'aumento delle dermatiti per il cliente finale».

A complicare l'attività quotidiana dei Piccoli della calzetteria c'è il meccanismo dilatorio dei tempi di pagamento. «Spesso le principali insegne della grande distribuzione – dice Bondioli – espongono i nostri prodotti negli scaffali al momento dell'arrivo della merce, ma pagano a 180 giorni, costringendo le imprese a indebitarsi con le banche». E allora ciò che prende piede è un'insolita, ma ormai sempre più frequente, solidarietà tra datore di lavoro e dipendente. Con l'ansia del primo nei confronti del secondo nel caso in cui questi abbia la rata del mutuo da pagare e le spese per lo studio dei figli. «Una responsabilità ancora maggiore per noi titolari – dice Bondioli – ma fino a quando potremo sostenerla?».

Fonte: Corriere.it

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