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2015-01-01

Il made in Italy è terra di conquista ma ora i

Mentre Legambiente si prepara a far uscire il nuovo report sui “Pesticidi nel piatto” in Italia, le piccole e medie imprese del settore degli agrofarmaci provano a fare sistema e a guardare oltre confine, perché questa volta non è la polemica sulla sostenibilità dei prodotti usati a protezione delle colture a frenare il settore. L’industria dei fitofarmaci ha fatto passi da gigante: negli ultimi vent’anni i consumi si sono abbassati del 32%, da 140 mila a 95 mila tonnellate. Questo è stato possibile grazie alla difesa integrata dell’agricoltura, alla ricerca scientifica e a nuove soluzioni meno invasive, alcune addirittura “green”. Il problema oggi è che le piccole e medie imprese del settore faticano a stare sul mercato e sono molto appetibili per gli investitori. Poco tempo fa la società bergamasca Intrachem Bio, riconvertita agli antiparassitari per l’agricoltura biologica, è finita nell’orbita del gruppo giapponese Cbc. L’operazione di acquisizione segue una lunga serie di investimenti stranieri nella chimica contro i parassiti dei raccolti. Il risultato è che il mercato è dominato dalle multinazionali a capitale estero, con i grandi gruppi che generano quasi il 70% dei ricavi. Una quota altissima che è finita anche nel mirino dell’Antitrust perché, secondo la relazione firmata dall’ex presidente dell’Authority Antonio Catricalà, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, presenterebbe “caratteristiche di iniquità”, in quanto c’è una forte “concentrazione dell’offerta e la produzione è in mano a poche multinazionali”. Il pianeta dell’agrofarmaco è un mestiere indispensabile per l’agricoltura, anche se le associazioni bio non sono per niente d’accordo, ma soprattutto è un business sempre più complesso da gestire. Il fatturato nazionale è cresciuto del 15% dal 2000 a oggi, e vale l’1,4% della chimica italiana. Il settore si muove secondo leggi del tutto simili a quelle della farmaceutica, quindi con tempi e costi di brevetto e commercializzazione di nuove sostanze molto elevati. A stringere ulteriormente il campo è stata la direttiva europea 91-414 sulla sostenibilità, la quale ha previsto un processo di revisione delle sostanze attive e 700 molecole su 1000 sul mercato sono state ritenute non idonee e quindi ritirate. Tutto da rifare, secondo nuovi criteri. Per le Pmi la svolta è stata un bagno di sangue. Per avviare un dossier su un principio attivo ci vogliono milioni di euro, per un formulato, ovvero un generico riformulato, almeno centinaia di migliaia di euro. In tanti staccano la spina o vendono a qualche big player. Gli altri provano la difficile strada dell’internazionalizzazione. «In Spagna le Pmi hanno fiutato l’aria prima di noi – dice Paolo Sgattoni, responsabile marketing di Diachem, 30 milioni di fatturato nella produzione di fitofarmaci generici -E hanno iniziato a fare consorzi, mettersi insieme per fare massa critica e avere le risorse per competere sul mercato. Ora, nonostante le mille resistenze del tessuto produttivo, anche noi di Diachem stiamo provando questa via». La società bergamasca sta stringendo accordi all’estero con altre Pmi del settore per aumentare l’export verso i mercati emergenti, oggi fermo al 10% del totale. «Il tema del cibo è centrale per il futuro dell’umanitàdice il manager - Cresce la popolazione mondiale, servono nuove risposte. Le normative sulla sostenibilità sono un driver di sviluppo ma è chiaro che da sole molte Pmi non ce la fanno». Perché per essere competitivi bisogna investire. Basti pensare, e lo sottolinea Andrea Barella, presidente di Agrofarma, che «in Italia le aziende del settore degli agrofarmaci investono ogni anno 47 milioni di euro in R&D, pari al 6% del fatturato, mettendo a punto soluzioni sempre più efficaci e sostenibili, l’eccellenza della nostra agricoltura ». Il valore del mercato mondiale degli agrofarmaci nell’anno 2009 è stato di 37,8 miliardi di dollari, e la Penisola rappresenta circa il 3% del mercato mondiale. In Italia sono presenti una trentina di aziende, che impiegano 2500 persone. Oltre a Diachem ci sono realtà come Sipcam di Pero, Manica di Trento per il solfato di rame e altre come Evergreen o Fertenia specializzate negli antiparassitari naturali. Isagro è la punta di diamante delle aziende a gonfalone italiano: nata nel 1992 dal ramo di azienda di Enichem Agricoltura, oggi è una realtà quotata in Borsa, con 144 milioni di fatturato, diventando multinazionale tascabile che opera in oltre 70 paesi. Nel grafico qui accanto, il giro d’affari italiano degli agrofarmaci. Negli ultimi anni il settore si è orientato verso prodotti più eco sostenibili.

FONTE: LAREPUBBLICA.IT

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