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2015-01-01

Francesco Pontelli: Lettera sulla crisi del sistema manifatturiero

La crisi parte, nel passato, da una scarsa attenzione alle evoluzioni del mercato che attraverso  la globalizzazione ha messole aziende in concorrenza con altre di paesi a basso costo di mano d’opera . Di queste pochissime hanno reagire con successo e  facendo  il passo evolutivo  per diventare a loro volta titolari di Brand e porsi sul mercato globale: sia per mancanza di cultura e conoscenza del mercato stesso che per un senso di pigrizia legato al benessere finora assicurato.

A  questo  va aggiunto che  sono state sempre pessimamente supportate dal sistema bancario le cui vision non sono mai state di supporto al sistema manifatturiero stesso, ma distratte da prodotti finanziari ad alto rischio  e remunerazione. Al tempo stesso però le stesse evoluzioni del mercato globale che aveva estromesso questo tipo di aziende dal ciclo produttivo ora, se opportunamente sostenute, potrebbe rimetterle in gioco.

Tutte le analisi economiche che si susseguono dal 2008 ad oggi non tengono in alcuna considerazione due fattori importanti: il consumatore ed la distribuzione. Del primo sarebbe opportuno farne un argomento a parte  ma del ruolo della  distribuzione ora risulta fondamentale per comprendere la  creazione del valore aggiunto.

Da anni ormai i tempi canonici degli acquisti stagionali sono cambiati verso una continua stagione di acquisto lungo i dodici mesi dell’anno ovviamente per quantità inferiori. In questo contesto sempre in evoluzione ecco che la problematica gestione di siti produttivi lontani dai mercati di sbocco rimetterebbe in gioco il network produttivo italiano nei diversi settori.

Certo a questa nuova opportunità dovrebbe seguire anche una pubblica amministrazione a  reale servizio  del sistema produttivo affiancata ad  un sistema infrastrutturale che fosse di ausilio alle aziende e non semplicemente un parco nel quale proporre politiche anacronistiche o sogni pindarici relativi alla movimentazione delle merci e delle persone.

Alle difficoltà del network produttivo italiano si è aggiunto anche quello delle aziende mandanti che di tale network erano le principali artefici attraverso le proprie commesse. Negli ultimi vent’anni tutte le risorse intellettuali sono state investite  per organizzare cicli produttivi economicamente vantaggiosi anche attraverso delocalizzazioni estreme. Le risorse umane invece destinate alla ricerca del prodotto sono state via via diluite e talvolta anche terziarizzate a studi esterni.

Si pensi , tanto per fare due esempi concreti , ai casi Benetton e Fiat . Nel 2011 il gruppo di Ponzano Veneto, vera icona della modernizzazione degli anni 70 ed 80, ha avuto un fatturato di 2 Mld di euro mentre l’ultimo bilancio in lire presentava un fatturato di 4.000 miliardi di lire: quindi crescita zero nell’ultimo decennio.

Il gruppo Zara, suo ex socio per il mercato italiano e a lungo snobbato, ha presentato una trimestrale di 2.4 Mld di euro: certo il gruppo spagnolo copia ed incolla le tendenze emergenti ma al tempo stesso il gruppo di Ponzano assiste inerte alle evoluzioni del mercato. L’azienda torinese, invece, anche sotto la guida del dott. Marchionne perde costantemente  quote di mercato sia nazionale che europeo, è ben lungi dal presentare  una gamma di auto completa e cerca di vendere vecchie auto americane come se fossero progetti recenti convinti che il consumatore italiano ed europeo si possano imbonire con una serie di accessori moderni inseriti nell’auto.

Da questa rapida e certo superficiale analisi emerge come  la crisi di una parte delle nostre  industrie, come la Fiat e  Benetton, parte da una evidente inadeguatezza culturale e manageriale dei gruppi dirigenti e degli esponenti delle Famiglie azioniste di riferimento. L’approccio culturale che sottende a tali comportamenti rivela una preoccupante mancanza di considerazione per il mercato e per i consumatore che lo compongono , una superficialità nella customer satisfaction ed una mancanza assoluta di analisi relativa al medio come al lungo termine.

Questo approccio si materializza con una serie di prodotti assolutamente inadeguati e spesso anche anacronistici come le classifiche delle vendite dimostrano senza alcuna possibilità di dubbio. Gli esponenti di tali mondi manageriali sono ancora convinti che una semplice campagna di comunicazione priva di alcuna innovazione come l’ultima del gruppo di Ponzano possa riportare il brand Benetton al centro della competizione mondiale del sistema moda.

Al tempo stesso a Torino qualcuno crede  che la semplice riesumazione di un nome storico nella storia della Lancia come Thema possa far scalare le vette delle classifiche di vendita  un’auto che negli Stati Uniti prezza a 18-20.000 dollari mentre nei mercati europei viene presentata a  41.000 euro.

Esiste ormai evidente un GAP culturale preoccupante sia a livello manageriale che delle proprietà al quale si aggiunge anche una mancanza di considerazione per il consumatore che dovrebbero essere finalmente oggetto di un analisi. Solo dopo una scatto culturale del genere il sistema industriale italiano potrà pensare al proprio futuro che potrebbe essere finalmente roseo anche in considerazione della positiva attesa che da sempre il mercato nella sua globalità riserva ai prodotti del Made in Italy.

Fonte: Corriere.it

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