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2015-01-01

Tutelare il made in Italy nel settore agroalimentare

L'agroalimentare italiano è sempre più apprezzato nel mondo. L’Italia è il primo Paese per numero di prodotti riconosciuti Dop e Igp a livello europeo (23,3 % del totale), seguito dalla Francia, dalla Spagna e dal Portogallo (rispettivamente con il 19 %, il 14,7 % ed il 12,5 %).

Il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Giuseppe Politi, ha affermato che i nostri prodotti tipici e di qualità (240 Dop. Igp e Stg) conquistano ogni anno importanti fette di mercato all'estero, riuscendo a contrastare una concorrenza molto agguerrita. Un esempio su tutti: l'export del vino ha toccato livelli altissimi, con oltre 4 miliardi di euro nel 2011 (l’Italia è il secondo produttore mondiale di vino dopo la Francia). E questo grazie soprattutto all'azione condotta dai nostri produttori che si trovano spesso a operare senza alcun sostegno da parte delle istituzioni preposte.

Politi ha rilevato, inoltre, che nel 2011 l'export agroalimentare è cresciuto soprattutto nei comparti ad alto valore aggiunto e si sono colte così le opportunità che si sono presentate nel complesso panorama del commercio internazionale. Ma non sono tutte rose e fiori. Tra i problemi più grandi c’è sicuramente quello delle frodi in campo alimentare, una pratica vecchia come il mondo se è vero che già nell’antico Egitto si impiegavano speciali attrezzi per effettuare la bollatura delle carni macellate ed impedire che con esse venissero vendute parti di bestie morte per malattia e che Plinio il Vecchio nel I° secolo d.C. descriveva la falsificazione di prodotti di largo consumo.

Nell’intero comparto la contraffazione è un fenomeno fortemente diffuso che danneggia tutti, produttori e consumatori. Nella relazione sulla contraffazione nel settore agroalimentare (pag. 92-97), approvata il 6 dicembre dello scorso anno dalla commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale, sono state elencate le numerose operazioni effettuate dalle nostre forze dell’ordine per contrastare questo fenomeno. E’ ovvio che non siamo certamente all’anno zero nella lotta alle frodi nell’agroalimentare ma si può e si deve fare di più. In un settore che produce circa 150 miliardi di euro come valore assoluto non potevano di certo mancare i tentacoli della piova criminale. Il Rapporto Eurispes-Coldiretti sui crimini agroalimentari in Italia stima che il volume d’affari complessivo dell’agromafia sia quantificabile in 12,5 miliardi di euro (5,6% del totale): 3,7 miliardi di euro da reinvestimenti in attività lecite (30% del totale) e 8,8 miliardi di euro da attività illecite (70% del totale).

E questo, purtroppo, non è il solo problema. Sempre più spesso, inoltre, la pirateria agroalimentare internazionale utilizza denominazioni geografiche, marchi, parole, immagini, slogan e ricette che richiamano all’Italia per pubblicizzare e commercializzare prodotti che nulla hanno a che fare con il nostro Paese. Il cosiddetto Italian sounding rappresenta la forma più diffusa e nota di contraffazione e falso Made in Italy nel settore agroalimentare. Secondo alcune stime il giro d’affari dell’Italian sounding nel mondo supera i 60 miliardi di euro l’anno (164 milioni di euro al giorno), cifra 2,6 volte superiore rispetto all’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari (23,3 miliardi di euro nell’anno 2009).

Gli effetti economici diretti dell’Italian sounding sulle esportazioni di prodotti agroalimentari realmente Made in Italy si riversano indirettamente sulla bilancia commerciale, in costante deficit nell’ultimo decennio (3,9 miliardi di euro nel 2009). Sempre secondo il Rapporto Eurispes-Coldiretti, per giungere a un pareggio della bilancia commerciale del settore agroalimentare italiano, ad importazioni invariate, sarebbe sufficiente recuperare quote di mercato estero per un controvalore economico pari al 6,5% dell’attuale volume d’affari dell’Italian sounding.

Il recupero di quote di mercato per un controvalore economico superiore al 6,5%, avrebbe, viceversa, assicurato un surplus della bilancia commerciale, con effetti positivi sul Pil del comparto agroalimentare e dell’intero Sistema paese. Il governo in carica è recentemente intervenuto  a sostegno del comparto con una serie di lodevoli interventi inseriti nel cosiddetto decreto liberalizzazioni. Va bene ma non basta. La tutela del nostro settore agroalimentare dai crimini e dall’italian sounding, unità al rafforzamento delle relazioni di filiera, a una maggiore professionalizzazione ed internazionalizzazione delle imprese operanti nel comparto, avrebbe effetti positivi sulla nostra bilancia commerciale e su tutto il nostro sistema Paese.

Fonte: Ragionpolitica.it

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